05 Dicembre 2008Alcune idee sull'universitàCircolo 20e30 LIBeg Roma Il seguente documento propone alcune idee per cambiare il sistema accademico italiano.
E' stato prodotto prevalentemente da studenti universitari, membri del Circolo 20e30 LIBeg Roma.
1. Finanziamento alle università
Ci sembra il punto di partenza di ogni riflessione: senza la benzina la macchina non cammina. L’affanno conosciuto dal sistema accademico italiano è generato, tra il resto, dal susseguirsi di anni nei quali gli investimenti sull’università sono stati molto scarsi e il finanziamento ordinario esiguo, se confrontato con quello degli altri Paesi europei; inoltre si sono applicate diverse riforme dell’ordinamento a costo zero.
Pensiamo sia necessario aumentare il finanziamento pubblico universitario (1.1) ma anche razionalizzare la spesa del sistema accademico (1.2) e trovare nuove risorse (1.3).
Queste tre operazioni possono essere messe in relazione con le tre voci principali di spesa delle Università: retribuzione del personale, investimenti in ricerca, investimenti in strutture.
1.1 Finanziamento pubblico
Alla luce degli effettivi tagli al fondo di finanziamento ordinario destinato alle università pubbliche di circa 1.441,5 milioni di euro in 5 anni, attivo dal gennaio 2009 come previsto dalle legge 133/2008, sembra opportuno individuare nuove linee guida per la distribuzione del FFO nell’anno 2009.
Considerando i criteri individuati nella mozione del febbraio 2008 dal Consiglio Universitario Nazionale, le linee guida da noi suggerite sono le seguenti:
- Chiarezza ed applicazione relativa alla pubblicità dei bilanci consuntivi dell’anno precedente da parte degli Atenei, presentati per tempo agli organi del MUR (infatti, l'art.6 comma 1 della legge 67/87 intitolato "Pubblicità dei bilanci degli Enti Pubblici" evidenzia quali siano gli Enti Pubblici tenuti alla pubblicazione dei bilanci e su quali e quanti quotidiani gli enti siano tenuti a pubblicare e tra essi non sono indicate le università)
- Calibrare il finanziamento alla valutazione (per cui cfr. infra). Ovvero l’applicazione del modello CNVSU (attuale Anvur) con un’ipotetica rivalutazione delle percentuali di assegnazione delle quote, privilegiando con una quota maggiore (di circa il 40 % rispetto all’attuale 30 %) i risultati delle ricerca scientifica e assegnando la quota del 10% del FFO a incentivi speciali da relazionare a risultati effettivamente conseguiti nell’attività di ricerca scientifica e di laboratorio. Il restante 30% assegnato agli atenei in ragione al numero degli iscritti e infine il 20% della quota destinato in base ai laureati. Inoltre sarebbe opportuno premiare in questa sede gli atenei che si distinguono per processi di internazionalizzazione della ricerca e della didattica ben funzionanti (cfr infra).
1.2 Razionalizzazione della spesa
Due idee per razionalizzare la retribuzione del personale docente:
- rendere esclusivo il contratto dei docenti di un ateneo; in particolare impedire o limitare le doppie carriere nelle università pubbliche e in quelle private, magari regolamentando i doveri del docente come ad esempio la presenza richiesta in facoltà per un monte ore complessivo stabilito dall’ateneo
- introdurre norme premiali per gli stipendi dei docenti, non più esclusivamente legati a scatti automatici di carriera; sottoporre a valutazione il lavoro dei docenti (cfr. infra)
Razionalizzazione della spesa inerente le strutture:
Contenere il proliferare di corsi di laurea, introducendo criteri minimi per l’istituzione di un corso di laurea a livello nazionale. Un’idea in questa direzione potrebbe essere quella di stabilire a livello centrale un numero preciso di corsi di laurea standard da assegnare alle diverse sedi locali in modo tale da favorire le specificità dei diversi territori e dei diversi atenei.
Contenere il proliferare di sedi universitarie periferiche ed eccessivamente piccole con identici sistemi.
1.3 Finanziamenti privati
Si propone di favorire l’accesso di finanziamenti privati o degli Enti locali e Regioni alle università. Si propone inoltre di destinare i finanziamenti privati soprattutto alla ricerca applicata, che non verrebbe più a pesare totalmente sul FFO, all’interno del quale sarebbero dunque presenti maggiori fondi da destinare alla ricerca di base.
Il finanziamento sarebbe previsto per progetti ritenuti adatti a sviluppare le risorse specifiche del territorio nel quale sorge l’ateneo. I progetti sono selezionati su base locale da un tavolo così composto: una rappresentanza dei docenti di ogni fascia dell’ateneo e il Rettore, rappresentanti degli enti locali in collegamento con il singolo ateneo (comune, provincia, regione), soggetti privati interessati allo sviluppo di un determinato ambito di ricerca e legati al territorio che ospita l’ateneo.
I progetti di ricerca dovranno rispondere a criteri stabiliti a livello nazionale dall’Anvur (per cui cfr. infra) e saranno valutati in diverse fasi dai nuclei di valutazione d’ateneo.
2. Reclutamento universitario
Una proposta di riforma del reclutamento universitario dovrebbe riguardare a nostro parere principalmente due ambiti: le modalità di concorso per l’accesso a ciascuna delle tre fasce della docenza previste dall’attuale ordinamento e la riforma del primo step del reclutamento.
2.1 Concorsi
Per quanto riguarda la prima questione, è necessario tornare a concorsi indetti a livello nazionale e a scadenza periodica.
Per normalizzare il sistema e svecchiare la classe docente, si dovrebbe cominciare con un piano pluriannuale di assunzioni di ricercatori, attingendo tra i tanti attualmente precari ma procedendo dilazionando gli ingressi su più anni e incoraggiando un parallelo e adeguato processo di pensionamento. Certamente sono da favorire i concorsi a tempo per le prime progressioni di carriera.
Per i docenti già dentro il sistema accademico bisognerebbe ideare una transizione “morbida��? ma decisa dal vecchio sistema, caratterizzato da concorsi banditi ad hoc a livello locale per la sistemazione di determinati candidati, al nuovo, che pensiamo potrebbe essere caratterizzato da periodicità dei bandi, nazionalizzazione, anonimato dei candidati, estrazione a sorte dei membri delle commissioni giudicatrici (per cui si potrebbe pensare addirittura a figure apposite, svincolate dalle logiche politiche di cattedra e di dipartimento, magari come tappa normale nell’ambito del cursus honorum della docenza, se non perfino come suo gradino finale e più prestigioso).
2.2 Il dottorato
Punto fondamentale di una revisione del reclutamento è il primo gradino per l’accesso alla docenza universitaria. Un canale privilegiato e unificato del primo reclutamento nell’attuale sistema accademico dovrebbe essere il dottorato di ricerca.
Su di esso grava una sorta di originario equivoco. Infatti, il dottorato è ufficialmente il gradino più elevato dell’istruzione universitaria. Al contempo però ad esso si accede tramite un concorso che dà diritto a posti con borsa di studio (ma si tratta di un vero e proprio finanziamento di ricerca) e posti senza, che prevedono, a differenza dei primi, il pagamento di regolari tasse universitarie (anche se esistono eccezioni su questo punto). Ora, non si vede per quale motivo la frequenza di corsi universitari d’eccellenza, per i quali l’università incassa regolari tasse, dovrebbero essere disciplinati da concorso (e per pochissimi posti): ciò è da un lato contrario ai principi che regolano il diritto allo studio e dall’altro all’interesse stesso dell’università, che rendendo libero l’accesso a questo livello d’istruzione d’eccellenza potrebbe aumentare considerevolmente i propri introiti. Nello stesso tempo non è chiaro per quale motivo uno studente iscritto a un corso di istruzione d’eccellenza debba ricevere un finanziamento mensile di una certa entità per compiere una ricerca originale e sottoposta a periodico controllo di una commissione scientifica.
La nostra idea è quella di sciogliere questa ambiguità e di considerare il dottorato di ricerca esclusivamente come il primo gradino del reclutamento della docenza universitaria, percorso d’eccellenza differenziato dagli altri percorsi post lauream come ad esempio i master. Per questo non sarà più possibile ammettere posti di dottorato privi di finanziamenti e pagati, tramite versamento di tasse, dallo stesso dottorando. A un percorso di dottorato così concepito si accederà per concorso inerente titoli e progetto di ricerca e non tramite prova di ingresso, che frequentemente ai nostri giorni è una forma di cooptazione mal mascherata. Il dottorando dovrà svolgere attività di ricerca sottoposta a verifica periodica dall’Anvur e dai nuclei di valutazione di ateneo e parallelamente dovrà anche coadiuvare nella didattica i professori che lo hanno selezionato. I dipartimenti con i progetti di ricerca migliori e con i processi di internazionalizzazione più dinamici relativi ai percorsi di dottorato dovrebbero inoltre essere premiati con finanziamenti più consistenti. Ciò implica la responsabilizzazione dei professori che procedono alla selezione dei dottorandi, poiché la qualità della ricerca da questi ultimi condotta ha parte nel determinare i finanziamenti dell’ateneo.
Per garantire il regolare proseguimento del cursus accademico, il numero di borse di dottorato dovrebbe essere armonizzata quanto più possibile con quello dei concorsi per divenire ricercatori; a riguardo andrebbero tenuti anche in dovuta considerazione le possibilità di mobilità scientifica internazionale e andrebbero premiati gli atenei attivi in tal direzione.
3. Riforma della governance universitaria
Quello della riforma della governance universitaria è un problema annoso. Nell’attuale sistema tutto il potere decisionale è nelle mani dei docenti e tutti gli stakeholders sono interni all’ateneo: ne deriva un’organizzazione totalmente autoreferenziale.
Analizzando vari sistemi universitari, il modello statunitense e anglosassone, quelli soggetti agli ultimi processi di riforma negli ultimi anni (Svezia, Olanda, Austria, Danimarca, Giappone), si vede che tutti sono caratterizzati dall’introduzione di una forte autonomia degli atenei. Inoltre, la governance vede la partecipazione di cittadini esterni all’ateneo stesso. Negli Usa i membri del board non sono retribuiti e sono parte di nomina politica (su proposta di un’apposita commissione di ricerca) e parte sono nominati da membri dell’associazione di laureati dell’ateneo e membri cooptati dal board stesso.
Alla luce di quanto detto, in merito alla governance universitaria le nostre proposte sono:
- Una chiara definizione dei poteri e dei ruoli di responsabilità decisionale
- La costituzione di un consiglio d’amministrazione (cda) che dovrà essere il luogo di rappresentanza delle parti interessate, composto da membri interni e membri esterni.
I membri interni saranno docenti, studenti e personale non docente dell’ateneo.
I membri esterni saranno eletti da soggetti con cui l’ateneo interagisce:
Presidente della Regione
Ministro dell’università
Ex studenti dell’Ateneo
Camera di commercio
(dovranno essere esclusi gli eventuali finanziatori privati dell’ateneo i quali dovranno partecipare attraverso tavoli relativi ai finanziamenti della ricerca per cui cfr. supra)
Per garantire una maggiore stabilità dell’organo di governo e per evitare una situazione di conflittualità dovrà essere previsto un numero di membri cooptato dal consiglio stesso.
Il cda dovrà avere un ruolo decisionale sugli aspetti importanti, tutto il resto sarà poi delegato al rettore. L’elezione e il ruolo di quest’ultimo andrebbero di conseguenza ripensate anche in relazione alle funzioni del cda.
- il senato accademico sarà invece composto da rappresentanti dei docenti e degli studenti. Sarà organo competente sulle questioni esclusivamente accademiche, con ruolo consultivo nei rapporti con il cda e di controllo del suo stesso operato.
4. Diritto allo studio
Premessa
Pensiamo che una riforma del diritto allo studio debba essere fondata sulla valorizzazione dell’autonomia, del merito e della responsabilità. Uno dei problemi più urgenti da affrontare nel nostro sistema di istruzione superiore è quello della “ereditarietà��? dei titoli di studio: nel nostro paese molti laureati vengono da famiglie con laureati, mentre i diplomati sono figli di diplomati e i meno scolarizzati sono figli dei ceti meno abbienti. Il diritto allo studio è uno degli strumenti per intervenire in questa direzione.
Alla luce di quanto appena detto le nostre proposte in materia di diritto allo studio sono le seguenti:
· Attivare una selezione basata sul merito che si misura sul campo. Ciò non significa facoltà a numero chiuso, ma verifica a più tappe, soprattutto nei primi mesi, delle matricole, attraverso, ad esempio, una valutazione al primo semestre e l’obbligo di rimanere quanto più è possibile in regola con gli esami.
· Sensibilizzare e responsabilizzare gli studenti sull’importanza del corretto svolgimento del percorso universitario, da concludere in tempo per non essere eccessivamente svantaggiati rispetto ai colleghi europei. La sensibilizzazione e la responsabilizzazione possono concretizzarsi, secondo l’autonomia degli Atenei, in “discriminazioni positive��? nei confronti dei più meritevoli, e in penalizzazioni misurate e graduali degli studenti fuori corso (ad es. aumento delle tasse universitarie, limitazione del numero degli appelli in cui è possibile rifiutare il voto, ecc.).
· Favorire l’attività di ricerca del personale docente e di formazione degli studenti, intese come momenti centrali della vita universitaria.
· Aumentare gli incentivi alla mobilità per gli studenti fuori sede.
· Liberalizzazione delle tasse universitarie. Per far fronte all’eventuale aumento delle tasse, prevedere, come ha fatto il partito laburista inglese, un sistema efficace di borse di studio e prestiti d’onore (in linea con le proposte sull’università del Pd), che premi gli studenti più meritevoli. Le tasse restano proporzionate ai redditi.
· Per chi non avesse i requisiti per rientrare nelle borse di studio, seguire l’esempio dei prestiti bancari: ad es. il prestito “MeritataMente��? di Bnl-Bnp, che prevede tassi agevolati in base alla media-voto degli studenti, o “Diamogli credito��? del Monte dei Paschi. Per questi prestiti non è richiesta garanzia, visto che sono attualmente coperti dal Ministero per le politiche giovanili e quello per le riforme e innovazione. La logica è semplice: lo studente che va meglio all’università deve meno interessi. Si potrebbe introdurre, come negli Stati Uniti, la possibilità di dilazionare nel tempo la restituzione dei soldi.
· Trasferire la gestione delle residenze e delle mense dalle Regioni alle singole università. I servizi a disposizione devono essere fondamentali anche per l’assegnazione dei fondi pubblici.
· Per la costruzione dei nuovi alloggi, gli atenei possono ricorrere alla partecipazione vincolata dei privati. Ad es., l’università ricorre a una ditta edile per costuire nuovi alloggi, sulla base di un progetto che prevede la crescita del numero degli iscritti, in 5 anni, del 4%. Gli alloggi vengono affittati a canoni agevolati, ma, se dopo 5 anni l’università non ha raggiunto lo scopo del progetto, il costruttore si riprende una quota degli alloggi.
· Forte sviluppo dell’e-learning, con l’inserimento dei podcast di tutte le lezioni su internet (con premi per le università più efficienti)
5. Sistema di valutazione nazionale
Per quanto finora detto, riteniamo di fondamentale importanza per la vita del sistema accademico italiano che entri in perfetta funzione l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), con compiti e caratteristiche previsti dal dl 3 ottobre 2006, n.262. Il direttivo dell’Anvur non dovrebbe essere nominato esclusivamente dal parte del Governo o del Ministero dell’Università, ma dovrebbe essere composto tramite concorso per titoli e tenendo conto del parere della Crui. Oppure si potrebbe prevedere un sistema a rotazione per la nomina dei componenti.
Le valutazioni dell’Anvur, da verificarsi come previsto dall’attuale normativa ancora non applicata ogni tre anni, dovrebbero tener conto non solo della quantità dei risultati scientifici raggiunti da ogni ateneo, ma anche della loro qualità (a riguardo oltre al numero di pubblicazioni, esistono anche altri parametri già ampiamente impiegati a livello internazionale come ad esempio il numero delle citazioni su riviste internazionali). Inoltre sarebbe da valutare e premiare, tramite aumento dei finanziamenti, il livello di internazionalizzazione della ricerca e della didattica di un Ateneo (fattore di valutazione sarebbero allora il numero di studenti erasmus dentro e fuori l’ateneo, il numero di dottorandi e ricercatori impegnati in progetti di ricerca di gruppo all’estero, ecc.).
Bisognerebbe sviluppare in modo concreto i Nuclei di Valutazione di Ateneo, i quali ogni anno devono redigere un rapporto sulla qualità della didattica all’interno dell’ateneo in base a criteri meritocratici e con modi stabiliti per legge e in base al risultato; le singole facoltà provvedono a migliorare i loro standard didattici qualitativi. In caso di valutazione negativa, in sede di ripartizione dei fondi, si sottrae dalla quota spettante alla facoltà interessata, una quota pari al trattamento economico complessivo destinata al corso e al Docente in questione.
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